Lavoro per gioco o gioco per lavoro? Una giocattolaia si racconta

L’esperienza che Claudia ha accettato di condividere con noi riguarda molte donne, soprattutto quelle che hanno deciso di fare della propria creatività una professione. Leggiamo le sue stesse parole.

“Mi chiamo Claudia, vivo in Sicilia, sono una donna e incredibilmente, udite udite, lavoro! Ebbene sì, e vi dirò di più, faccio anche un lavoro molto particolare: costruisco giocattoli in legno! Perdonate l’ironia, doverosa a volte per evitare di farsi “il sangue amaro” come si usa dire. In realtà non dovrebbe esserci il bisogno di sottolineare che il lavoro è lavoro, per gli uomini e per le donne; che i lavori, tutti i lavori, hanno uguale dignità; che ognuno, nella vita, è libero di fare un po’ come crede. Eppure, a quanto pare necessario lo è. Perché non è inusuale che mi senta dire “si, ma tu lavori?”. E in quei casi, credetemi, non so se è la rabbia a sovrastare il fastidio o la tenerezza a vincere su tanta ignoranza. Il medico lavora. L’avvocato lavora. L’ingegnere lavora. Sì, anche la maestra lavora, come lavora la segretaria. La designer di giocattoli, no, quella al massimo, ha un passatempo. E non lavora per almeno una ragione: è una donna che ha fatto una scelta diversa, fuori dall’usuale, una scelta libera. Il fatto che lo faccia bene peggiora orrendamente le cose. Che lo faccia in Sicilia…vabbè! Insieme al fatto che non abbia dei figli, particolare questo che la rende l’eterna ragazzina che forse un giorno sceglierà cosa fare nella vita. Faccio questo lavoro ormai da qualche anno e l’ho proprio scelto. Ci siamo scelti a vicenda, non potremmo far altro. Ho provato a rifiutare l’ipotesi di diventare una giocattolaia perché sono cresciuta con l’idea che non si potesse vivere di quello, nonostante abbia una famiglia illuminata alle spalle. Così mi sono laureata in Scienze politiche abilitandomi in seguito al servizio sociale nonostante una maturità artistica in architettura e design. Solo superati i 30 anni, tornata dall’Ecuador dove guidavo un progetto di falegnameria creativa e avevo ottenuto una cattedra all’università in “Inventos”, ho deciso di studiare design per avere un riconoscimento accademico per quello che facevo già. Ognuno deve seguire la sua luce: ritengo che questo sia il mantra più efficace per riportarci ogni volta sulla nostra strada. Ed è una strada che percorro con gioia, ogni santo giorno della mia vita. E questo significa accogliere il proprio lavoro come un figlio, dedicarsi a lui senza (quasi) mai guardare l’orologio e accettare la precarietà che è poi fertile di mille possibilità perché mi evita di fossilizzarmi in un ruolo e di sperimentare sempre nuove vie. Così l’anno passato sono arrivata a teatro con i miei giocattoli e quest’anno a coordinare un gruppo di illustratori di fama nazionale per un progetto incantevole che mi emoziona ogni volta che ci penso. La soddisfazione è massima e i traguardi vissuti vengono ringraziati e repentinamente superati da traguardi più grandi. Perché è come un puzzle, una volta che trovi la forma, inizia a coincidere tutto. Io vivo il mio incredibile lavoro come una semina, credo nell’importanza del dialogo anche quando mi dicono “il tuo preventivo era troppo alto, abbiamo scelto l’altro, neanche a dirlo di un uomo, che era molto più basso”. Benone, meglio! Non era quello il mio posto. Anzi grazie per avermi risparmiato l’avvilimento! Ma grazie davvero. Io ho deciso di non dipendere da nessuno, di non chiedere il permesso a nessuno per esprimere la mia opinione. Ho deciso di darmi importanza e se questo comporta delle rinunce, delle botte (e le comporta!) sono disposta a farmene carico perché il gioco vale la candela. Vale la pena vivere, intensamente e luminosamente. Siate coraggiose. Siate orgogliose. Siate limpide. Siate rispettose del vostro desiderio.

Per conoscere meglio Claudia Barone e vedere le sue realizzazioni, visita la sua pagina Facebook qui e il suo profilo Instagram qui.

 

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2 commenti su “Lavoro per gioco o gioco per lavoro? Una giocattolaia si racconta”

  1. Paola Linzitto

    Alla mia età ancora ho da imparare, in questo racconto mi sono un po’ ritrovata ed è vero nessuno deve dipendere da qualcuno e ognuno deve seguire la sua strada senza curarsi del giudizio degli altri e se non sono d’accordo vuol dire che non meritano il tuo tempo, grazie.

    1. Cara Paola, chi ha voglia di migliorarsi é sempre aperto ad imparare. Se da un lato impariamo, da piccoli, a dipendere dal giudizio degli altri, da adulti possiamo fare tesoro di questa consapevolezza e farne una forza, così da superare i condizionamenti che ci stanno stretti e trasmettere anche a chi ci sta vicino che si possono superare, per guadagnare libertà. Grazie per il tuo messaggio. Un abbraccio grande

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